SegnoSette, 6 ottobre 1992
Quando, una volta, i genitori si disperavano con i figli maschi che non volevano mettere la testa a partito era ricorrente la minaccia: “vedrai che il servizio militare ti metterà a posto!”.
Che poi la minaccia speranzosa andasse a segno rimane comunque un dubbio legittimo. Oggi, è ormai certo: formazione ad assumersi delle responsabilità, impegno sociale e solidarietà, impegno per la pace sono appannaggio di obiettori di coscienza che dal 1977 hanno svolto il loro servizio civile come forma alternativa al servizio militare.
La recente ricerca della Caritas Italiana, pubblicata dalla casa editrice Meridiana di Molfetta, nel volume “Dopo l’obiezione – le scelte di vita degli obiettori in servizio civile presso la Caritas” dà un quadro significativo e dettagliato del percorso svolto in questi anni e mette in luce come l’obiezione di coscienza abbia segnato positivamente l’esperienza dei giovani sia sul piano strettamente privato sia su quello dell’impegno civile e politico.
Gli ambiti toccati dalla ricerca sono molti e vanno da quello familiare a quello ecclesiale fino a quello professionale e al politico. Emerge perciò un quadro inedito che, in qualche misura, esprime le potenzialità migliori della condizione giovanile di questi ultimi anni. Pace, nonviolenza e solidarietà non sono rimasti slogans di corteo, come qualcuno, ogni tanto, torna a insinuare, ma hanno trovato dei percorsi di vita nel quotidiano degli ex-obiettori che, grazie anche alla formazione ricevuta e al servizio svolto, hanno coerentemente orientato le proprie scelte.
Ed ecco alcuni dati. L’ex obiettore ha una “sostanziale fiducia” nella famiglia, nella parrocchia, nella Chiesa e nella Comunità Europea. Non manca la stima per la scuola e le forze dell’ordine, poca stima nei partiti, nel governo, nelle amministrazioni regionali e comunali, nei sindacati. Sempre lo stesso obiettore continua a impegnarsi come volontario o con compiti di responsabilità nei centri operativi dove ha svolto il servizio, oppure è impegnato in associazioni “a prevalente interesse religioso” o “educativo-formativo”.
Non manca una quota del 17% impegnata in associazioni di tipo politico, sociale (16%), sindacale (11 %), ecologico (10%), per la pace o i diritti umani (9%).
Anche i rapporti con la fede e con la Chiesa sono significativi e registrano, tra l’altro, un 42% di “cattolici praticanti” e il 29% di “praticanti”. Anche da altri indicatori della ricerca si legge un assiduo impegno degli ex-obiettori nella comunità ecclesiale.
Una ricerca molto opportuna, quindi, come l’ha definita lo stesso mons. Attilio Nicora, presidente della Caritas Italiana, “visto che nel dibattito infuocato dei mesi scorsi sugli obiettori ci sono state valutazioni le più disparate: qualche volta l’esaltazione, molto più spesso la denigrazione sistematica”.
Chissà se i parlamentari che in questi giorni discutono la legge, il cui testo era già stato approvato dal vecchio parlamento ma non controfirmato da Cossiga, avranno modo di dare una sbirciata a questi dati che riguardano circa il 25% degli obiettori che fino a questo momento hanno prestato servizio!
E proprio a questo proposito, la Caritas, che partecipa alla Consulta degli enti di servizio civile, si dichiara a favore della legge già approvata dal vecchio parlamento.
“E questo – precisa Diego Cipriani, responsabile degli obiettori di coscienza Caritas – non perché abbiamo interessi di business, come qualcuno insinuò qualche mese fa, ma perché crediamo nell’utilità sociale di questo servizio e nell’esperienza formativa alla solidarietà e alla pace che rappresenta.
Ogni Ente percepisce dallo Stato 5.000 lire al giorno e queste costituiscono la cosiddetta paga giornaliera dell’obiettore. Se poi l’Ente fornisce vitto e alloggio riceve un rimborso di 5.000 lire a persona. È evidente che a rimetterci, il più delle volte è proprio l’Ente, ma ripeto, noi crediamo nel valore di questa esperienza”.
Giuseppina Paterniti
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