Se i soldati diventano obiettori

La Repubblica, lunedì 9 giugno 1997, pagina 24

Fanno scandalo le incredibili torture inflitte dai nostri militari in Somalia e mentre si dibatte il caso italiano, appena venuto alla luce, analoghi episodi e per di più contro una donna vengono fuori in America. Fanno scandalo, suscitano raccapriccio, ma a pensarci la violenza è da sempre implicita nell’educazione militare, sicché quando vengono fuori questi deprecabili eccessi si tende a dimenticare che un militare, dopotutto, è creato per difendere, ma anche per offendere. Dipende solo da come è «motivata» la sua azione, qual è il bersaglio, insomma. Per cui capita che i singoli perdano la trebisonda.

Il paradosso di Jaroslav Hasek, il creatore del Buon soldato Sv’eilc, prevedeva che un supplente di matematica immaginasse nella trincea opposta e dunque in funzione di nemico un altro supplente di matematica, costretto anche lui dagli eventi a «servire la patria». Dunque, se ci pensa bene, il soldato non può che uccidere se stesso. Un paradosso che porta dritto alla eliminazione degli eserciti. Ma non è esattamente questo che si insegna nelle accademie militari.

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Paolo Mauri

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