Azione Nonviolenta, n. 10-11-12, ottobre-novembre-dicembre 1965, pagina 5
Siamo giunti ad un punto nel dibattito sul problema dell’obbiezione di coscienza in Italia e del suo riconoscimento giuridico, in cui si impone un risoluto e decisivo passo in avanti. I suoi termini – ideali, giuridici, pratici – sono stati tanto largamente esposti e discussi, cosi vagliate le ragioni e le obbiezioni superate, che ormai tutti avvertono che mantenere il dialogo allo stesso livello sarebbe un vano ripetersi e soprattutto il perpetuarsi di un «assurdo e intollerabile» stato di cose.
La elevata qualità personale degli obbiettori è ora tanto fuori discussione, che al noto comunicato del gruppo della ventina di cappellani militari della Toscana (rimasuglia pattuglia denigratoria dell’obbiezione di coscienza) contenente volgari insulti agli obbiettori di coscienza tacciati di viltà, si è ben potuto appuntare: «Se uno qualsiasi dei 31 giovani obiettori, che languono in carcere per «amor di fede » (come ha riconosciuto lo stesso tribunale militare di Torino), si fosse querelato per diffamazione, non so come gli autori di quel comunicato avrebbero potuto evitare una sacrosanta condanna» (Alessandro Galante Garrone, nel L’astrolabio del nov. ’65, N. 19).
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Pietro Pinna
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