Ragazze in grigioverde

Il manifesto, mercoledì 23 ottobre 1991

«Servizio militare, servizio civile: cosa ne pensano le ragazze?», questo il titolo dell’incontro di Pari opportunità e politiche giovanili del governo ombra Pds, dal gruppo interparlamentare donne e dal coordinamento parlamentari della Sinistra giovanile. Un interrogativo destinato purtroppo a rimanere senza risposta data la scarsa, scarsissima presenza del soggetto in questione: le ragazze.

Spunto e pretesto per quella che Cristina Bevilacqua ha definito un’«audizione» rivolta per l’appunto alle ragazze, la discussione” alla commissione difesa della Camera della legge sulla riforma del servizio di leva (già approvata dal senato un anno fa, e che prevede, tra l’altro, l’accesso volontario delle donne nell’esercito.

Le donne in divisa, un tema ricorrente, e spinoso, attualizzato dalla guerra nel Golfo con le sue soldatesse al fronte. Uno sfondo presente in ·tutti gli interventi insieme al nuovo quadro internazionale, caduta dei regimi dell’Est, che rimette in discussione la Nato e il suo ruolo nel mondo. Ma se il Golfo spinge alcune/i a dire con preoccupazione: «si rischia di giustificare la presenza di eserciti anche fuori casa per difendere interessi ritenuti vitali», come sostiene Teresa Capecchi, membro della commissione difesa della camera. Mentre per due giovani e ben educati esponenti del movimento giovanile Dc (Bruno Palazzetti e Rita Padovano) lo scenario è quello più rassicurante di un esercito nazionale ben integrato nella Nato.

Il problema delle donne in divisa porta con sé la discussione della riforma dell’esercito e di cosa significa oggi difesa della patria in un processo di internazionalizzazione dei conflitti. Per Grazia Zuffa, discutere la proposta dell’accesso volontario delle ragazze significa non solo affrontare il tema del l’estraneità delle donne alla guerra «letta non come diversità per natura non violenta, ma come un’esperienza storica diversa». Una partecipazione diretta delle donne alla forme di difesa, che partendo dal quadro in cui si inserirebbe (esercito come corpo separato) significherebbe metterlo- in discussione, democratizzarlo, proprio a partire dalle donne.

«Siamo contro il testo di legge in discussione – dice Katiuscia Marini della sinistra giovanile – La proposta del volontariato significa far entrare le ragazze dalla porta di servizio. Siamo per una riduzione del servizio di leva a 4 mesi, il tempo necessario per l’addestramento – come ha chiarito Gianni Cervetti – e un servizio civile nazionale anche per le ragazze, dapprima volontario e poi professionale. Servizio di leva sì, ma solo a patto di una ristrutturazione e democratizzazione delle forze armate». Ma Diego Cipriani, della Caritas, si chiede: «Si possono “democratizzare le forze armate? Mi sembra una contraddizione in termini. Secondo me la presenza delle donne non sarebbe di per sé garanzia di trasparenza e maggior democrazia. Non credo a un codice genetico femminile non violento ma a una loro esperienza storica e quotidiana di non violenza ed è questa che dovremmo valorizzare».

Stefania Giorgi

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