Azione Nonviolenta, n. 4-5 aprile-maggio 1965, pagine 7-8
Alcune recenti frasi di Paolo VI di saluto ad un pellegrinaggio di militari del Belgio, nelle quali si è avvertito un riferimento indiretto all’obbiezione di coscienza, hanno ricevuto dalla stampa italiana interpretazioni diametralmente opposte. Queste le sue parole:
«La vocazione del soldato è, come ognuno sa, per definizione una vocazione di servizio; e il Centurione del Vangelo sta ad attestare che non vi sono incompatibilità fra le esigenze della disciplina militare e quelle della fede, tra l’ideale del soldato e quello del credente. Realizzare la sintesi armoniosa di questo duplice ideale, ecco quale deve essere l’ambizione del cristiano che è chiamato – per scelta personale o per obbedienza alle leggi – a rivestire l’uniforme e a consacrare una parte delle sue energie alle attività di carattere militare»
Si sono trovati accomunati nella stessa interpretazione di queste parole, come una condanna dell’obbiezione di coscienza, giornali quali Il Messaggero e l’Unità che sostengono posizioni opposte circa il riconoscimento giuridico nel nostro Paese dell’obbiezione di coscienza (il primo avverso, il secondo favorevole).
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