Opporsi alle cause della guerra

Italia Caritas n. 5/1990

 

Amit Lewenhoff, 19 anni, israeliano, condannato nell’estate scorsa a 4 mesi di prigione per essersi rifiutato di prestare servizio militare nei territori palestinesi occupati da Israele. Anche il padre di Amit, Carlos, é stato imprigionato per 35 giorni per lo stesso motivo. Secondo alcune fonti, sono circa un centinaio i militari che sono stati condannati a pene detentive per rifiuto del servizio nei territori occupati dall’inizio dell’lntifada.

David Sruce, 25 anni, cittadino sudafricano (bianco), condannato il 25 luglio scorso a sei mesi di carcere per aver rifiutato di prestare servizio militare nella SADF, la Forza di Difesa Sudafricana. In tribunale Sruce ha spiegato il suo gesto dicendo che le forze armate del suo paese non mantengono la pace e sostengono un sistema politico razzista. AI settembre ’89, erano 771 i cittadini sudafricani bianchi che avevano annunciato il loro rifiuto, sostenuti da alcuni leaders religiosi del paese, tra cui Desmond Tutu.

George Kallionidis, greco, è dal 17 gennaio 1989 in prigione perché obiettore di coscienza in un paese (membro della Comunità Europea, del Consiglio d’Europa, nonché dell’ONU) che non riconosce alcuna possibilità di servizio civile sostitutivo del servizio militare. Amnesty International stima ci siano attualmente circa 500 obiettori nelle carceri greche, la maggior parte Testimoni di Geova.

George rimarrà in carcere quattro anni e sei mesi.

La lista dei “prigionieri per la pace” potrebbe continuare a lungo.

Queste tre drammatiche vicende personali stanno a indicare che il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra e agli eserciti non è ancora riconosciuto in tutti i paesi. E questo nonostante che, nel marzo dello scorso anno, la Commissione per i diritti umani dell’ONU abbia ribadito che l’obiezione di coscienza costituisce “un legittimo esercizio del diritto di libertà di pensiero, coscienza e religione”, come stabilito nell’articolo 18 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo e nell’articolo 18 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici.

A questa solenne dichiarazione vanno aggiunte, per quanto riguarda l’Europa, le numerose prese di posizione da parte del Parlamento Europeo a favore di una legislazione che riconosca nei singoli stati membri piena cittadinanza all’obiezione di coscienza e far si che “coloro che prestano servizio alternativo non vengano privati dei loro diritti costituzionali e civili né della loro dignità personale” (Risoluzione del 13 ottobre 1989).

Fortunatamente, alcune buone notizie sembrano gettare un po’ di speranza su tale scenario, specie se queste buone notizie provengono dall’Est europeo. A maggio, in Ungheria, i primi 220 obiettori inizieranno il loro servizio civile. Il Parlamento magiaro, infatti, ha adottato una modifica alla Costituzione introducendo, dal 1° luglio 89, un servizio civile alternativo, oltre che un servizio militare non armato; parallelamente, i primi 73 obiettori sono stati rimessi in libertà, dopo anni di dure persecuzioni.

Anche dall’Unione Sovietica spirano venti di pace. Mentre si procede al ritiro delle truppe in stanza nei paesi alleati e mentre procedono le trattative con gli Stati Uniti per un processo di disarmo sempre più incalzante, molte repubbliche sovietiche cominciano a porre la questione delle centinaia di giovani che preferiscono la prigione al servizio militare.

Dopo la Moldavia, il Caucaso, la Georgia, la Latvia, anche il parlamento della Lettonia, nel marzo scorso, ha deciso di aprire agli obiettori di coscienza la possibilità di un servizio civile, per altro già riconosciuto nella legislazione sovietica sin dal 1919 e poi ignorato a partire dal 1923 con l’avvento dell’era staliniana.

In questa prospettiva, quale significato può rivestire una giornata internazionale dell’obiezione di coscienza? E, in ultima analisi, quale futuro per l’obiezione di coscienza?

Da più parti giungono segnali di “smobilitazione” sui temi della nonviolenza e dell’obiezione di coscienza; l’opposizione alla guerra, sembra quasi che si dica, non è più di moda ormai, dato che siamo riusciti ad allontanare il pericolo di una guerra planetaria e il 1989 è stato una tappa decisiva verso tale traguardo.

In realtà, se si guarda più da vicino il processo di distensione internazionale, pur costatando i notevoli progressi compiuti negli ultimi mesi (dovuti soprattutto alla simpatica irruenza di Gorbaciov) tuttavia non si può esultare e considerare concluso un cammino che è ancora lungo. Si è passati, si potrebbe sintetizzare, da un clima di “guerra fredda” a uno di “pace fredda”, ma francamente non sembra che sia ” scoppiata la pace”. Prova ne è la presenza di numerosi focolai di guerra (alcuni, come nel caso del Libano, che si trascinano da decenni) che contribuiscono a destabilizzare alcune aree cruciali, come il Medio Oriente, il Sud Est asiatico, l’America Centrale. Ma ancor più, non è affatto diminuito l’ammontare della spesa militare nel mondo.

Il primo frutto della pace sarà allora proprio quello della riduzione delle spese per gli armamenti. Compito degli obiettori, e di quanti si battono per la giustizia, sarà quello di vigilare perché le risorse sottratte agli armamenti dai governi siano effettivamente destinate al ristabilimento delle condizioni di giustizia per tutte le fasce di popolazione.

Ma un compito ancor più impegnativo dovrebbe diventare prioritario per gli obiettori di coscienza: quello di smascherare le cause d’ingiustizia e di degrado sociale che sono poi alla base dei conflitti violenti. Si tratta, in definitiva, di passare dall’opposizione alla guerra all’opposizione delle cause della guerra.

Una nuova “guerra” si troverà a combattere un obiettore di coscienza in uno scenario che sarà sempre più internazionale e interdipendente (si pensi, ad esempio, alle conseguenze del Mercato Unico Europeo): la guerra contro il degrado ambientale, contro lo spettro della fame e della miseria per milioni di persone del sud del Mondo, contro le nuove forme di violenza diffusa e soffusa che attanagliano i nostri paesi (violenza delle istituzioni, violenza familiare, violenza sulle donne e i minori…).

In questa nuova prospettiva, lo stesso servizio civile degli obiettori dovrà assumere una dimensione internazionalista, prevedendo la possibilità di scambi e di cooperazione tra nazioni attraverso progetti di solidarietà tra i papali, soprattutto quelli del Terzo Mondo.

La nonviolenza deve diventare patrimonio comune e strumento per la creazione di condizioni favorevoli per tutti gli uomini e tutte le donne che quotidianamente ricercano la pace e la giustizia.

 

Diego Cipriani

 

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