Obiettori e militari

L’Unità, martedì 12 dicembre 1972, pagina 3

L’acquisizione del diritto all’obiezione di coscienza nella legislazione italiana non è di per sé sufficiente a consegnare alla storia parlamentare come buona la legge che su questa materia la maggioranza di governo ha approvato nei giorni scorsi.

La stampa governativa non ha perso l’occasione per esaltare questa legge come un segno del progresso civile del Paese e della volontà «illuminata» di chi oggi governa (quel centro-destra di Andreotti-Malagodi che, tanto per fare un esempio, ha sfornato proprio nello stesso periodo i ben noti provvedimenti sul «fermo di polizia»). In realtà è una legge mal fatta. A decidere sulla fondatezza dei motivi di obiezione sarà un organismo burocratico-militare. All’obiettore non sarà offerta la possibilità di far valere in contraddittorio le proprie ragioni; il servizio civile sostitutivo non è né definito né istituito; l’obiettore resterà sotto controllo dell’autorità militare o addirittura sarà avviato a un servizio militare non armato (nelle condizioni umilianti che non è difficile prevedere). Gli emendamenti proposti dalle sinistre (e soprattutto quelli comunisti per istituire commissioni di accertamento periferiche, elette dalle Regioni e composte da civili, per garantire all’obiettore la possibilità di essere assistito da persona di fiducia e per istituire un servizio civile alternativo) sono stati respinti.

Il dibattito che attorno a questa questione si è avuto nel Paese e in Parlamento ha, tuttavia, offerto un’occasione assai utile per chiarire le posizioni delle forze politiche sulla natura, le funzioni, l’ordinamento delle Forze armate. E’ un tema questo che dovrà pur assumere il posto che merita nell’impegno di ricerca e di azione delle forze politiche democratiche e delle organizzazioni dei lavoratori.

A sollecitare questo nuovo impegno sono, da un lato, le condizioni di vita e i diritti di oltre mezzo milione di cittadini (per più della metà giovani di leva) e, dall’altro, il fatto che – a differenza, forse, di una prima fase di questo dopoguerra – le Forze armate italiane (un complesso che per il ’73 assorbirà 2.500 miliardi della spesa pubblica) esercitano oggi condizionamenti diretti e indiretti di rilevanza assai grande sull’insieme della vita dello Stato (dalle sorti del regime democratico formazione dei governi agli interventi nell’economia attraverso la produzione e il commercio degli armamenti).

Ebbene, se non si vuole affidare a forze ostili alla democrazia uno strumento così delicato e dar spazio alla logica di un «potere militare» tendente a costituirsi in «corpo separato» dello Stato, occorre considerare la riforma dell’ordinamento militare come un aspetto non certo secondario della lotta più generale per la difesa e lo sviluppo della democrazia italiana. In un Paese come l’Italia dove le tensioni politiche sono così acute e le lotte di massa per gli obiettivi di trasformazione democratica tanto avanzate, la collocazione delle Forze armate viene oggi a configurarsi come un problema di importanza grandissima.

II quadro di riferimento per una riforma delle Forze armate è quello definito dalla Costituzione: natura difensiva delle Forze armate come conseguenza del principio che l’Italia ripudia la guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali; carattere democratico del sistema militare italiano sia per l’organizzazione della sua vita interna, sia per i suoi rapporti con gli ordinamenti della Repubblica, sia per il riconoscimento del primato dell’autorità politica; carattere obbligatorio del servizio militare.

Quest’ultimo punto, nella concreta fase storica che attraversiamo e considerando appunto il carattere complessivo del regime costituzionale italiano, assume a nostro avviso un valore essenziale. Ove esso venisse meno si aprirebbe un varco alla trasformazione delle Forze armate in esercito di militari di mestiere, in un corpo di «pretoriani» in grado di sottrarsi, o di contrapporsi, e al limite di prevalere sul potere politico. «Con il servizio militare volontario – disse Togliatti alla Costituente in polemica con l’on. Calosso – non si avrebbe più un esercito a carattere nazionale, ma una categoria di professionisti delle armi che potrebbero rappresentare la rovina di una società e dello Stato».

Ecco perché, riconoscendo la legittimità del diritto all’obiezione di coscienza (e battendoci, anzi, per una sua regolamentazione democratica, e più favorevole) abbiamo voluto comunque garantire da ogni possibile e pericoloso abuso il carattere obbligatorio della leva: per assicurare alle Forze armate una base di reclutamento popolare, un collegamento vivo con la realtà sociale e la volontà democratica e antifascista della grandissima maggioranza della gioventù.

E’ evidente che la vita militare suscita oggi ostilità per le strutture e i regolamenti arcaici, i sistemi gerarchici antiquati, gli orientamenti conservatori, i poteri difficilmente sindacabili delle alte autorità, e che il servizio di leva è una parentesi spesso frustrante nella vita del giovane, un ostacolo al suo inserimento nella vita civile. Ed è anche vero che molti, urgenti e fondati problemi di riconoscimento di diritti democratici si pongono anche per i militari di carriera.

Ma tutto ciò non può portare ad altra conclusione che appunto all’esigenza di una lotta, di una vasta mobilitazione unitaria, per un riordinamento democratico delle Forze armate.

E’ in questo quadro che l’obiezione di coscienza doveva avere una regolamentazione legislativa diversa da quella, burocratica e persecutoria, che la maggioranza governativa ha deciso in Parlamento, ma comunque non tale da consentire deroghe incontrollate al principio dell’obbligatorietà (come sarebbe avvenuto con l’accoglimento della proposta dei compagni socialisti e di alcuni gruppi religiosi o politici extraparlamentari di rendere automatico il rapporto tra la dichiarazione di obiezione e l’accettazione dell’esonero).

Le fedi religiose e le dottrine che portano taluno alla repugnanza per l’uso delle armi in ogni circostanza e anche a scopo difensivo, meritano certamente rispetto e garanzie democratiche quando esse muovano dall’intento di resistere alle ingiustizie e alle sopraffazioni. Deve tuttavia essere chiaro che tali concezioni e dottrine sono del tutto estranee non solo al marxismo e al leninismo, ma anche ai principi che ispirano il comportamento del militante democratico, per il quale la resistenza alle ingiustizie e alle sopraffazioni è concreto operare, lotta su tutti i fronti, presenza attiva in tutti i campi della vita sociale e politica.

Ecco perché, sostenendo la legittimità del diritto all’obiezione, non esitiamo a dire che sul piano ideale, culturale e politico continueremo a combattere le concezioni che la determinano e ad esortare i giovani, tutti ì giovani e non solo quelli che si ispirano al marxismo e al leninismo, a prestare il servizio militare. Ben consapevoli del sacrificio che per essi comporta, li invitiamo ad essere garanzia del regime democratico. E a tutte le forze democratiche, alle organizzazioni dei lavoratori, a noi stessi anche, rivolgiamo un richiamo a impegnarsi con più vigore in un’azione che ottenga di far corrispondere l’ordinamento delle Forze annate e gli indirizzi della politica militare ai principi della Costituzione repubblicana.

Ugo Pecchioli

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