Obiettori di coscienza

La Stampa, giovedì 11 febbraio 1971, pagina 8

Sono 120-140 gli obiettori di coscienza attualmente rinchiusi nelle carceri militari italiane, fra quanti sono detenuti in attesa di giudizio e quanti stanno espiando la pena. La cifra non è ufficiale: il segreto militare copre queste informazioni. I dati sono stati raccolti dal sen. Luigi Anderlini del gruppo indipendente di sinistra, vice presidente della Commissione difesa del Senato: è lui uno dei promotori della «Lega per il riconoscimento della obiezione di coscienza»; reca la sua firma uno dei progetti di legge per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza presentati nel corso dell’attuale legislatura.

«Un parlamentare — egli dice — può in qualsiasi momento visitare un carcere giudiziario, ma la segretezza militare gli vieta l’accesso in una fortezza militare. Un detenuto può ricevere visite da parte di chicchessia. Un obiettore di coscienza non può essere avvicinato da nessuno, che non risulti parente prossimo. Una barriera di silenzio e di calcolato isolamento lo separa dal mondo esterno. Ma la disobbedienza civile e il rifiuto all’obbligo del servizio di leva sono una realtà, che non tende a diminuire».

Sono accaduti di recente alcuni fatti che stanno a testimoniare come il dibattito si stia allargando e assuma espressioni nuove rispetto al passato. A Sarzana un cittadino si è rifiutato di pagare completamente le tasse: ha detratto la percentuale che — secondo suoi calcoli — sarebbe andata a sostenere il bilancio militare, e l’ha versata a un’iniziativa benefica a favore dell’infanzia. Sempre in una città del Nord, un giovane ha bruciato pubblicamente la cartolina precetto.

Persone residenti in vari centri italiani hanno stabilito di comune intesa che, fra qualche mese, insieme restituiranno il congedo militare, rendendo pubblicamente nota la loro volontà di non risultare in alcun modo appartenenti all’esercito. E’ di ieri una dichiarazione collettiva di obiezione di coscienza pronunciata a Roma da cinque giovani, che nei prossimi giorni si sarebbero dovuti presentare ai rispettivi Distretti, e alla quale si sono associati altri due ragazzi, che già si trovavano in stato di arresto nella fortezza militare di Peschiera.

La motivazione comune è di ordine politico: per la prima volta in Italia non si giustifica il rifiuto al servizio militare adducendo ragioni di fede religiosa. Il discorso antimilitarista di questi giovani — compresi fra i 20 e i 25 anni, studenti, laureati e operai, alcuni cattolici militanti, altri religiosamente disimpegnati, due già condannati al secondo processo — è stato intransigente e di dura denuncia ad un sistema «di cui l’esercito è una struttura di sostegno ».

Ciò che noi vogliamo — essi hanno detto — è poter svolgere un servizio civile, che non sia strumentalizzabile dalla classe dirigente, ma permetta di promuovere le condizioni di vita delle zone depresse italiane, in collaborazione con la popolazione e secondo forme organizzative democratiche di autogestione. La legge Pedini — hanno proseguito i giovani — non è una reale alternativa al servizio militare, ma anzi una «legge truffa», fondata su un equivoco classista e discriminante L’Italia è rimasta uno dei pochi paesi europei — con la Spagna, il Portogallo, la Grecia e la Turchia — a non prevedere il diritto all’obiezione di coscienza, non mancano le organizzazioni sensibili a tale problema, anche a livello internazionale. Il «Movimento italiano della non violenza» ha promosso una campagna a sostegno di Pepe Beunza, un giovane spagnolo già tre volte arrestato, che nei prossimi giorni farà dichiarazione di obiezione di coscienza motivandola politicamente. Ancora dall’Italia partiranno alcuni volontari, i quali parteciperanno ad una marcia internazionale (si svolgerà da Ginevra a Madrid, dalle sei alle sette settimane) per protestare contro l’arresto di Pepe Beunza e sostenere una proposta di legge sull’obiezione, che in tale data sarà presentata in Spagna.

Liliana Madeo

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