L’Unità, sabato 12 gennaio 1963, pagina 3
FIRENZE, 11.
Il Tribunale Militare di Firenze, dopo trenta minuti di permanenza in Camera di Consiglio, ha condannato Giuseppe Gozzini, l’obbiettore di coscienza milanese, a sei mesi di carcere militare per disobbedienza, assolvendolo dall’accusa di disobbedienza continuata e respingendo la richiesta della difesa di concedere la condizionale.
Il Pubblico Ministero, capitano Nicolosi, aveva chiesto alla Corte, presieduta dal generale Nappini, la condanna a nove mesi, senza il beneficio della condizionale e senza nessuna attenuante.
Così si è concluso, oggi, il primo processo istruito in Italia contro un obbiettore di coscienza cattolico, con una sentenza che non tiene in alcun conto il particolare carattere morale e sociale della obbiezione di coscienza nella forma e nei motivi determinanti forniti dallo stesso Giuseppe Gozzini.
La Corte, come ha detto l’avvocato difensore Bruno Segre, ha messo, con la condanna, il gesto di questo coraggioso giovane sullo stesso piano di quello di un soldato che si rifiuta di eseguire un determinato ordine per un qualsiasi motivo.
Eppure il Gozzini, illustrando oggi le ragioni etiche che lo avevano indotto a rifiutare, il dodici novembre scorso, di indossare la divisa militare, ha ripetuto che non voleva affatto esimersi dal servire il proprio paese, ma servirlo solo per combattere l’ingiustizia, la fame, lo sfruttamento, la malattia e offrendosi per un servizio anche più lungo e pericoloso di quello militare, purché valido per il progresso sociale e civile, senza dovere – in una parola – fare ricorso alle armi.
Sono gli stessi argomenti e gli stessi motivi che sono stati espressi sullo schermo da Claude Autant Lara con il suo «Non uccidere».
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Gianfranco Pintore
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