«Non è una distorsione da tollerare»

Avvenire, sabato 15 novembre 1986, pagina 3

ROMA Mai ci fu conducente più ligio alla consegna. Spadolini, manovratore di quel carrozzone cui è stato ridotto il servizio civile, non parla con nessuno. E così il ministro della Difesa non ha nemmeno accusato ricevuta della lettera autografa di monsignor Mario Castellano, con la quale il presidente della Caritas italiana, chiedendo nel giugno scorso udienza al ministro, chiariva la posizione della Caritas nei riguardi del servizio civile, «terremotato» dalla circolare ministeriale del 5 giugno.

Dialogare con il ministero sembra impossibile: «C’è una chiusura netta», commenta il direttore della Caritas italiana, monsignor Giuseppe Pasini. Gli inviti ripetuti ad un confronto sulle questioni di fondo del servizio civile sono sempre stati ignorati; e anzi, le ispezioni a tappeto di questi giorni negli uffici Caritas di mezza Italia «hanno oggi il sapore di una ripicca e di una rivalsa contro la Caritas, dopo che noi per anni abbiamo sollecitato sempre ispezioni e controlli. Fatta così, la cosa ci disgusta». Forse, aggiunge, in questa «ripicca» gioca anche «un anticlericalismo laicista» di vecchio stampo.

Dopo la mancata risposta di Spadolini alla lettera di monsignor Castellano, la Caritas s’era mossa unilateralmente, ricusando i giovani obiettori non conosciuti e non preparati dallo stesso ente, e destinando gli obiettori nelle città e nelle diocesi «dove la Caritas – spiega Pasini – sapeva che avrebbero potuto fare un servizio ‘vero’». Poi, il 28 ottobre, lettera del ministero, con la quale la Caritas veniva «diffidata dall’effettuare ulteriori ricusazioni onde evitare l’immediata sospensione della convenzione, nonché ogni ulteriore azione per consequenziali responsabilità». Nuova lettera di risposta della Caritas, con richiesta di aprire un dialogo in proposito: ultima risposta, le ispezioni a raffica.

Eppure «la Caritas si è sempre mossa nel pieno ambito della legge – aggiunge Pasini – abbiamo anzi creato delle premesse perché le cose possano funzionare meglio rispetto alla legge stessa. Partiamo dai bisogni del territorio, dalle realtà in cui è impegnato il volontariato, e su questa base vengono organizzati anche gli obiettori». Dov’è, allora, il problema? E’ forse la Caritas il comodo rifugio degli «imboscati istituzionalizzati?».

Monsignor Pasini respinge anche questa ipotesi: «Non prendiamo chiunque: ai giovani che ci fanno richiesta chiediamo se si sentano espressione della comunità cristiana o, quanto meno, se siano rispettosi dei valori che portiamo avanti. Chiediamo che siano, insomma, degli obiettori di coscienza ‘veri’; e poi chiediamo ancora un piano di lavoro, una preparazione al servizio e, soprattutto, il tempo pieno. Il servizio civile significa venti mesi per un servizio all’uomo: non per starsene a casa a farsi i fatti propri».

Né può valere un’altra ipotesi: che cioè la Caritas «si serva» degli obiettori per mandare avanti le sue iniziative: «E’ esattamente il contrario: noi proponiamo agli obiettori una serie di occasioni attraverso le quali loro sono aiutati a servire la gente, i poveri. E’ un equivoco, questo, che va rimosso».

Non è certo l’unico equivoco. Un servizio civile come si deve, presupporrebbe che l’Ente sia in grado di preparare i suoi obiettori e di decidere dove mandarli, in base alle loro attitudini Il ministero, invece, rifiuta questa logica: dove mandare gli obiettori lo vuole decidere lui. «Questi giovani – dice ancora Pasini – sono un enorme patrimonio che lo Stato ha nelle mani. E’ un peccato che vengano sacrificati, frustrati in un momento così importante della loro vita, su una scelta così decisiva. Così si creano dei giovani che, con questa esperienza sulle spalle, fatta di lunghe attese e di altri ostacoli, non credono più nello Stato. E’ per questo che non chiediamo che ci sia convergenza tra aspirazioni, disponibilità ed attitudini dei giovani e i servizi assegnati».

Il vero problema. per il direttore della Caritas, è che l’obiezione di coscienza «non è mai stata considerata un valore, ma una ‘distorsione’ da tollerare». E se non si compie questo salto di qualità, resteranno gli equivoci: «Probabilmente il ministero della Difesa non è, in realtà, adatto a gestire il servizio civile. Ci deve pensare qualcun altro». Nel maggio dello scorso anno, una sentenza della Corte Costituzionale ha interpretato l’articolo 52 della Costituzione riconoscendo che, se «il dovere sacro della difesa» della patria compete senza distinzione a tutti i cittadini, sono diverse le forme di questa difesa: c’è quella armata, ma c’è anche il servizio civile.

«Sicuramente la legge di modifica va approvata al più presto – conclude monsignor Pasini – solo in questo modo si può uscire da una situazione così confusa».

Salvatore Mazza

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