«Ma che futuro per il servizio civile e la non violenza?»

L’Unità, giovedì 15 giugno 2000

Non mi sento di fare festa, di associarmi all’esultanza dei politici di varia razza e colore per l’abolizione della leva militare da parte della Camera. Per la Costituzione «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino» e «il servizio militare è obbligatorio» (art. 52). Un articolo su cui trovarono un punto di equilibrio alto uomini del calibro di Dossetti, Togliatti e Moro. Adesso si arriva a una sostanziale riforma (o violazione?) dello stesso senza aver aperto un minimo di dibattito nel paese.

L’obbligo del servizio militare e successivamente – in forza di Leggi e di sentenze della Corte Costituzionale – del servizio civile per gli obiettori di coscienza ha fatto sì che i cittadini divenuti adulti contribuissero al bene comune, esercitando un dovere di solidarietà. Un numero crescente di giovani ha cominciato a difendere non il territorio ma le persone che lo abitano: occupandosi dei poveri e degli ultimi, allargando le opportunità di inclusione, contrastando l’emarginazione e il razzismo, tutelando il verde e tenendo aperte biblioteche e spazi sociali. La Caritas e molti altri Enti non chiedono il mantenimento della leva come escamotage per procurarsi obiettori; constatiamo invece come il servizio civile sia oggi in Italia un percorso effettivo di cittadinanza attiva e responsabile.

Mentre la Camera ha proceduto a spron battuto, la riforma del servizio civile – affidata al Senato – è ancora al palo. Intanto, come in un vecchio copione, chi attende di fare il servizio civile viene penalizzato. Quest’anno, per carenza di fondi, decine di migliaia di obiettori potrebbero restare a casa. Nonostante che, a suo tempo, si fossero sprecate rassicurazioni sul fatto che le due riforme avrebbero marciato in parallelo.

C’è un futuro per il servizio civile? Il legislatore vuole riconoscerne la portata educativa per i giovani e la significativa integrazione che esso apporta a uno stato sociale progressivamente indebolito? C’è chi lo vuole opzionale e chi obbligatorio. Una cosa è certa: per farlo vivere bisogna investire, in termini di elaborazione culturale prima che di capitoli di spesa.

Per ora, l’asimmetria di diritti e doveri cresce: chi farà il militare di professione avrà corsie preferenziali per reinserirsi in professioni civili.

Ci sarà qualcosa di analogo per chi si è preso cura (oggi da obiettore, domani da servitore civile) di disabili o tossicodipendenti?

Altra conquista «epocale» sbandierata è il pieno accesso delle ragazze alla carriera militare: vittoria del femminismo o sconfitta del pacifismo, che ha sempre avuto nelle sue file donne intelligenti e appassionate? E’ valorizzazione del «genio femminile»? Intanto, non esiste per le ragazze la possibilità di fare il servizio civile; urge che chi si occupa di pari opportunità faccia eliminare questa ingiusta, mortificante asimmetria. Tanto più che ci sono ragazze che, presso Caritas e altri enti, fanno un anno di volontariato a tempo pieno, senza alcuna forma di riconoscimento pubblico.

Questa riforma va a modificare il reclutamento nelle forze armate, ma non la natura e le finalità. Non basta una generica dichiarazione che le forze armate saranno impiegate in missioni di pace. Occorrerà imparare a difendere le persone prima che a conquistare i territori, operare per la prevenzione dei conflitti e il mantenimento della pace, saper effettuare vera ingerenza umanitaria a tutela dei diritti fondamentali violati. Per diventare davvero forza di polizia internazionale bisogna cambiare la mentalità (dei politici, dei generali e dei soldati) e la strumentazione, e soprattutto fugare le ipotesi di «nuovi modelli di difesa» volti ad assicurare «gli interessi dell’Italia» anche all’estero. Cose che bisognava affrontare contestualmente.

Forse, questa legge è a suo modo un «segno dei tempi». Come lo è stata la parata militare del 4 giugno. Si era sperato che la crescita democratica non dovesse più mostrare le armi per far sentire il paese forte e unito. E’ avvenuto di nuovo, proprio in quell’anno giubilare che dovrebbe essere contraddistinto dalla riconciliazione e quindi da segni di vita, di nonviolenza. Chi crede nel Vangelo della pace non si sente sconfitto, ma provocato ad ulteriore testimonianza.

 

Don Antonio Cecconi, Vicedirettore Caritas Italiana

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