L’Avvenire d’Italia, domenica 20 gennaio 1963, pagina 3
Il tribunale militare di Firenze ha condannato Giuseppe Gozzini, obiettore di coscienza, a sei mesi di prigione. La sentenza non però posto fine all’acceso dibattito sorto intorno al suo caso, e i sostenitori dell’una e dell’altra tesi continueranno a contrapporre le loro opinioni con uguale intransigenza e rigidità.
Invero, la sentenza non sembra risolvere il problema che l’obiettore di coscienza pone. L’obiettore di coscienza è – riconosciamolo – una persona scomoda, fa riflettere, disturba le nostre tranquille sicurezze, richiamando l’attenzione sui problemi che consideravamo risolti. Col suo gesto clamoroso e protestatario rimette in discussione le nostre convinzioni, anche quelle che parevano acquisite e pacifiche. I principii a cui riferirci per esprimere un giudizio sono in realtà chiari: c’è un dovere di obbedienza alla autorità legittimamente costituita; e l’amore per la patria è un dovere naturale, che può arrivare fino ad esigere da un cittadino, in certe circostanze, il sacrificio della propria vita.
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Filippo Franceschi
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