Avanti!, sabato 2 ottobre 1971, pagina 1
In questi giorni si inizia alla Camera dei Deputati l’esame del testo proposto dal Senato per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza.
Il provvedimento entra così nella fase conclusiva, e l’avvenimento può essere considerato «storico» sotto molti punti di vista. Infatti, mai nel passato iniziative su questa importante materia erano giunte ad una fase parlamentare tanto avanzata, ed avevano visto delinearsi il traguardo finale.
Segno che i tempi cambiano, che la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ed in particolare delle masse giovanili, si accentua, che le assemblee legislative rafforzano i loro legami operativi col Paese reale.
Di questo noi socialisti siamo particolarmente lieti, sia in senso generale che in rapporto al problema specifico.
Va infatti precisato che se in molte parti del mondo l’obiezione di coscienza nacque su presupposti essenzialmente religiosi, da noi, ed in Europa, si è trattato –specie alle origini – del portato del tradizionale impegno socialista di pace e di fratellanza fra i popoli. Per servire con coerenza questo credo, i sacrifici sostenuti – in pace e in guerra – dai nostri compagni obiettori sono stati ingentissimi, e spesso mortificati dalle classi dirigenti e dalla stessa pubblica opinione con pesanti giudizi di viltà.
Su questa linea, fu un deputato socialista (l’on. Caporale) a proporre all’Assemblea Costituente nel maggio 1947 una particolare dizione dell’articolo della Costituzione relativo al servizio militare obbligatorio, in difesa delle scelte morali degli obiettori. La proposta non venne recepita perché si ritenne di poterla genericamente comprendere nell’ultima parte dell’art. 52 che fa riferimento ai modi e ai limiti di tale servizio fissati dalla legge ordinaria.
Da allora non è passata legislatura senza precise proposte socialiste intese a dare dignità e rilevanza giuridica all’obiezione. Le proposte di parte democristiana vengono molto più tardi (il primo ad avanzarla fu il compianto onorevole Pistelli nel 1964, in un quadro di mutati orientamenti della Chiesa in materia e dopo l’obiezione del primo cattolico italiano – il Fabbrini – che è di quegli anni), ma anche questo accresciuto arco di pressioni non riuscì a superare le resistenze conservatrici espresse sia a livello politico che a livello militare.
Siamo dunque notevolmente in ritardo non solo rispetto all’intero Occidente democratico (Norvegia, Finlandia, Svezia, Stati Uniti, Olanda, Germania Occidentale, Belgio e Francia, in aggiunta all’Inghilterra ed al Canada dove il problema non si pone più per la fine della coscrizione obbligatoria), non soltanto il relazione alle citate iniziative parlamentari, ma anche in rapporto al quadro democratico del Paese ed al costo pagato in questi 25 anni da ben 529 giovani condannati, spesso più volte, da tribunali militari per un reato che nessun Paese civile continua a considerare tale. Ed assieme a queste condanne, altre se ne sono avute per chi ha difeso l’obiezione e gli obiettori, sotto l’accusa di «apologia di reato». Non abbiamo, al riguardo, ancora dimenticato i processi al compianto Don Lorenzo Milani, l’ultimo dei quali quando era quasi morente, e le sue coraggiose difese che in buona sostanza altro non furono se non colpi d’ariete contro le persistenti concezioni (specie di certi ambienti cattolici) di «patria», «coraggio», «disciplina», «istituzioni», ecc.
Stefano Servadei
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