Azione Nonviolenta, n. 9-10 settembre-ottobre 1972, pagina 1
Per ragioni di stato, di classe o di partito, i nostri governi difendono e usano – quanto meno assuefatti moralmente a questo obbrobrio – quell'”universo carcerario”
che poteva essere solo ricordo di secoli di inciviltà ed è invece realtà della Repubblica.
Contro questa ignominia, dovere dei cittadini è quello di ribellarsi e di lottare adeguatamente, senza ricorso ad improponibili deleghe di responsabilità, alibi pretestuosi e disonesti quando siano in causa principi stessi del vivere civile e della civiltà democratica.
Incombono oggi, con particolare urgenza, due fatti, due esempi, due occasioni di eccezionale gravità. Non possiamo continuare a chiedere ai nostri occhi di non vedere, alle nostre coscienze di non giudicare, alla nostra moralità eli non intervenire, alla nostra privacy eli ritenersi non toccata e coinvolta.
Significherebbe, con certezza, per la seconda volta nel giro eli pochi decenni, consegnare definitivamente la giustizia, o la sua speranza, proprio nelle mani di chi ne fa strazio e di chi tenta o rischia di mutarla in pura e semplice, immonda, violenza.
Prigionieri politici dell’esercito e della giustizia che gli è delegata, i nostri compagni e fratelli obiettori di coscienza sono rinchiusi, sempre più numerosi ed a lungo,
nelle carceri militari. Ogni anno, secoli di reclusione e di sofferenze li colpiscono.
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