L’esempio dei giovani nel servizio civile

Azione Nonviolenta, n. 2 febbraio 1967, pagine 7-8

Una città che un fiume ha invaso con la sua forza d’acqua straripante scuotendola dalle fondamenta, non si può ricostruire solo puntellando i suoi palazzi pericolanti: occorre capire bene le cause del disastro cercandole non solo in alto nelle responsabilità ufficiali, ma anche in basso in quelle private e pubbliche, singole e di gruppo che fanno insieme la mentalità, il costume di un popolo e il suo vivere quotidiano. Di qui, dalla consapevolezza di questa comune responsabilità e non dalla ridicola ricerca di un capro espiatorio o da una sterile polemica contro un potere a cui tutti abbiamo sempre permesso di essere quello che è, dovrebbe ricominciare la vera rinascita di una città.
Tutti i disastri di ordine «naturale» come molti si contentano di definire ad esempio un’alluvione, denotano una inferiorità dell’uomo di fronte alla natura che lui non è riuscito ancora a comprendere, a controllare, a mettere in rapporto con i suoi bisogni di vita, di sicurezza.
Questa inferiorità ha delle cause non tanto nella incapacità intellettuale dell’uomo, ma nel suo modo di vivere sociale, nei suoi istinti aggressivi e competitivi che predominano ancora su quelli collaborativi e non riescono a trovare ancora dei modi completamente umani di espressione. Lo uomo in breve non è riuscito a vincere e a controllare la natura oggettiva fuori di lui perché ancora non è riuscito a controllare, a guidare la sua stessa natura.
Ne viene di conseguenza che un disastro naturale non è mai solo completamente tale, cioè non denota solo un’inferiorità dell’uomo di fronte all’oggetto natura, ma anche e soprattutto di fronte a sé stesso, all’uomo in quanto soggetto della sua storia e della sua civiltà.

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Sara Melauri

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