La coscienza e l’uso delle armi

L’Unità, martedì 4 febbraio 1992, pagina 1

Ero proprio in una sala non lontana da Montecitorio, con amici parlamentari e giuristi, convenuti per rievocare l’inizio della guerra del Golfo, quando è giunto l’amico che ci ha comunicato la straordinaria notizia: poche ore prima, proprio a un anno dalla guerra, il Parlamento aveva approvato definitivamente e quasi all’unanimità la nuova legge sull’obiezione di coscienza. Ci guardammo negli occhi con commozione e con stupore. I motivi della commozione, per quanto mi riguarda, hanno radici lontane nella mia vita, anzi nella vita della mia città, che, negli anni Sessanta, per merito di Giorgio La Pira, Lorenzo Milani, Nicola Pistelli e forse anche mio, pose al centro del pubblico dibattito la grande questione dei diritti della coscienza riguardo all’uso delle armi. La Pira chiamerà quegli anni «la primavera fiorentina». Era in corso il Concilio e i massimi teologi mi fecero giungere la loro solidarietà mentre ero – dopo La Pira e prima di Milani -sul banco degli imputati. In modo discreto, mi giunse anche il sostegno di monsignor Montini, ancora vescovo di Milano. Nicola Pistelli si adoperò con il suo impegno esemplare a predisporre un progetto di legge che sarebbe giunto in porto dopo quasi dieci anni, nel 1972. Dolorosi e splendidi anni, che ci hanno dato la prova di come sia possibile, con la costanza e con il mutuo sostegno morale e culturale, aprire uno spiraglio sul futuro.

Ma la legge del ’72 non era una buona legge. Il suo vizio di fondo era nella discriminazione tra chi difende la patria indossando la divisa militare e chi intende difenderla nelle forme e con i metodi della non violenza. La nuova legge annulla questa distinzione, anche in base ad una sentenza della Corte costituzionale che modifica il senso tradizionale della difesa della patria e fa dell’obiezione un diritto soggettivo. È ormai troppo chiaro che i veri nemici da cui difendersi non sono quelli che potrebbero affacciarsi alle frontiere, sono quelli che ogni giorno erompono dall’interno del paese, dalla sua natura violentata e in piede di rappresaglia e dalla sua società solcata da violenze e da discriminazioni.

Ci sono nel nostro popolo mirabili riserve di energie morali che per lo più si volgono verso impegni di volontariato ma che, in uno Stato all’altezza dei tempi, andrebbero assunte in un disegno pubblico, in modo da fornire ai giovani, possibilmente sia maschi che femmine, un periodo di «noviziato civile» e da predisporre corpi specializzati di servizio, capaci di rispondere, con prontezza ed efficacia, ai mille appelli che ora restano per lo più inascoltati. La nuova legge apre prospettive straordinarie di crescita morale, dando alimento alla speranza proprio in un momento in cui essa appare condannata ad agonizzare. Come non rallegrarsi, dunque, per una legge che traduce, valicando ogni pregiudiziale ideologica, le attese più profonde della nostra tradizione cristiana e laica, quelle, per intenderci, di un Giorgio La Pira e di un Aldo Capitini? Oltretutto, batte su di essa la luce ancora incerta che sia strada sulle macerie dei muri ideologici per annunciare un tempo storico in cui gli eserciti saranno un ricordo affidato ai manuali di storia. Ecco dunque il perché della commozione. E lo stupore? Lo stupore si spiega facilmente: come ha potuto una legge del genere esser partorita da un Parlamento in fase di conclamata agonia, immobilizzato da opposte spinte, gravato ancora dall’approvazione al nostro impegno militare nel Golfo? Non è comunque la prima volta che i gesti più creativi sono nati all’ora del tramonto. Il guaio è che lo stupore, o almeno la perplessità, evidentemente senza la commozione, ha avuto la meglio ai vertici dell’istituzione. E così la legge torna al suo luogo di partenza col rischio che essa precipiti dentro i meccanismi delle procedure, gli stessi meccanismi che più volte hanno maciullato come carta straccia la nostra Costituzione. Alla commozione e allo stupore succede ora, in noi, una profonda delusione morale. Ma questa ò solo una ragione di più per stare all’erta come nelle ore difficili.

Ernesto Balducci

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