Avanti!, domenica 2-lunedì 3 luglio 1978, pagina 12
La questione dell’obiezione di coscienza posta dalla gerarchia cattolica in merito alla pratica dell’aborto consentito dalla legge da poco entrata in vigore, si presta ad alcune considerazioni, di cui una di estrema importanza.
E’ possibile, infatti, immaginare che la questione dell’aborto e dell’applicazione della legge sia legata, almeno in questa forma acuta e polemica che conosciamo, ad un periodo di tempo relativamente limitato. Invece la messa in evidenza dell’obiezione di coscienza è destinata a svilupparsi ulteriormente. In tal caso si potrà dire che l’attuale momento di scontro ideologico avrà prodotto fatti positivi, probabilmente non reversibili.
Per stare al concreto, noi vediamo oggi i cattolici richiamati ad esprimere praticamente una obiezione individuale, eccezionale, rispetto ad una norma dello Stato. Non è certo una novità, perché il richiamo di «obbedire piuttosto a Dio che agli uomini» ripetuto, talora anche con poca convinzione, è stata una costante dell’insegnamento della Chiesa. Se storicamente si è presentato spesso anche dell’opportunismo, nulla toglie all’importanza di una continuità dottrinaria che proprio adesso di rivela a carte scoperte.
La Chiesa, in sostanza, pur ripetendo di non arrendersi alla legge, di fatto prende atto della logica autonoma della legislazione civile che si esprime attraverso il parlamento e cerca altre strade per tener fede non solo ad una linea politica, ma anche ad un convincimento morale. Se così non fosse la strada dell’opportunismo consiglierebbe altri atteggiamenti.
Il limite non è da individuarsi in questo tipo di scelta che rimane positivo, ma nel pretendere che l’obiezione di coscienza possa essere organizzata, togliendole così la forza dirompente e spirituale che la rende veramente efficace. Per quanto riguarda l’aborto è ragionevole immaginare, anche dal punto di vista della Chiesa, che è meglio avere testimonianze rigorose e chiaramente di coscienza, piuttosto che l’obbedienza ad una direttiva che fa cambiar natura all’«istituto» morale giustamente invocato. Il fatto è che al di là della testimonianza e della persuasione della efficacia di un atteggiamento morale convinto anche se minoritario si punta ad una forma di intralcio all’applicazione della legge sull’aborto, che potrà avere forse un risultato di ritardo, ma non di risoluzione dei problemi che stanno più in alto.
L’organizzazione dell’obiezione di coscienza, peraltro, può a sua volta, innescare processi singolari di «obiezione all’obiezione di coscienza», peraltro ovvi in tutti i casi in cui stati di necessità pongono un medico o chi per lui davanti ad una situazione singolare, dove non è neppur possibile appoggiarsi a consigli altrui, dovendo decidere sulla sofferenza o su un salvataggio o, appunto, su un aborto.
L’obiezione di coscienza, insomma è arma troppo delicata per essere impiegata come strumento organizzato di massa, perché diventa semplicemente una lotta «norma contro norma», che consuma se stesso, senza aiutare a capire il complesso fenomeno. Detto questo, tuttavia, non si può dare rilievo al fatto che la Chiesa abbia invocato l’obiezione di coscienza, dilatando anche per necessità divulgative e di persuasione, il valore di questo «istituto personale», facendosene sostenitrice e garante, in qualche modo.
Ciò fa il paio con l’allargamento tematico del problema della vita che va assai più lontano della questione dell’aborto che al massimo ne può essere solo un capitolo più o meno ampio.
Così il tema dell’aborto va immediatamente molto al di là della legge come fatto di coscienza, perché impone una ricerca delle cause e una lotta accanita contro di esse. Esige che vengano colpiti tutti gli attentati alla vita. Per cominciare abbiamo davanti un problema come quello della pace e della guerra. Troppo noto per essere ripetuto nei suoi termini, ma non possiamo non ricordare come don Milani fu lasciato solo dai suoi superiori e come fu attaccato dai cappellani militari per aver difeso l’obiezione di coscienza militare.
Ma ora possiamo andare anche oltre.
(…)
Ruggero Orfei
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