Avanti!, giovedì 17 febbraio 1966, pagina 7
ROMA, 18. – «E’ soprattutto come cattolico che ho inteso di agire riconsegnando la divisa: ho voluto cioè dare testimonianza di quella legge che tutti conosciamo, quella che dice: “non uccidere”. La Chiesa che illumina le nostre coscienze per farci scoprire ogni giorno di più la legge eterna, scritta nel cuore, che insegna che il cristiano non ha nemici ma solo fratelli da amare.
E se non abbiamo nemici contro chi mai combatteremo?» – così l’obiettore Fabrizio Fabbrini ha impostato la sua autodifesa, prendendo la parola davanti al tribunale militare, che lo giudica per i reati di disobbedienza aggravata, insubordinazione con ingiuria a superiore ufficiale, istigazione di militari a commettere reati militari, attività sediziosa.
Lo ha fatto leggendo una lunga dichiarazione, con la quale spiega il suo gesto: si è riconosciuto colpevole della sola la sola «disobbedienza» ed ha negato di aver voluto ingiuriare o istigare chicchesia. «Sono reo soltanto di aver dichiarato ai miei superiori che uccidere è male, sono qui soltanto perché come giurista ritengo che si debba lottare contro una legge ingiusta: ciò non penso che possa significare tradire lo Stato».
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