Centralizzare il servizio, liquidare gli obiettori

Il Regno-attualità, n. 22/1991

Il 26 novembre scorso (7 anni dopo il Libro bianco della difesa, predisposto da Giovanni Spadolini), il ministro della difesa, Virginio Rognoni, ha presentato al parlamento il Nuovo modello di difesa italiano. Le 200 pagine del progetto cercano un aggancio realistico con il «nuovo concetto strategico» adottato dalla NATO al vertice di Roma del 7 e 8 novembre. Alle radicali trasformazioni internazionali, il vertice di Roma ha risposto incrementando il ruolo politico-militare dell’Alleanza atlantica e consentendo, ma solo al proprio interno, una qualche integrazione europea nel campo della sicurezza e della difesa.

Come cambia l’esercito

La proposta del ministro prevede il passaggio dall’esercito di leva a una figura mista, composta per 1/3 da professionisti (5 brigate, 40 mila uomini), con compiti sia di difesa nazionale che di «polizia internazionale» concetto che dopo il Golfo spalanca l’abisso di una discriminazione giuridica e morale nei confronti del nemico. La leva viene ridotta del 47% (10 brigate di seconda linea e 4 brigate di «secondo tempo» di 80 mila soldati). Il progetto consente complessivamente una riduzione del 28% dell’esercito, del 12% della marina e del 13% dell’aeronautica. Le riduzioni riguardano anche l’apparato burocratico: 12 mila dipendenti civili e 15 mila militari. Accanto ai tagli è previsto un progetto di riarmo e di ammodernamento tecnologico, per il quale Rognoni ha chiesto un particolare stanziamento di 40 mila miliardi in 10 anni.

Il progetto prevede infine la riforma della struttura di comando. Rognoni ha formulato due ipotesi, una favorevole al rafforzamento dello stato maggiore della difesa (cf. disegno di legge governativo), nel sistema attuale; l’altra, mutuata dall’esempio statunitense, di definizione del capo di stato maggiore come unico capo operativo, riservando ai capi delle tre armi un ruolo ispettivo.

In questo quadro di forte revisione dell’identità e del ruolo delle forze armate e dello stesso concetto di difesa della patria, lo stato maggiore dell’esercito ha consegnato, ai primi di ottobre, a tutti i parlamentari, uno studio (100 pagine) su un possibile modello di «Servizio civile nazionale (SCN)». L’obiettivo che i militari intendono perseguire – recita l’introduzione del gen. Goffredo Canino, capo di stato maggiore – è quello di «immaginare la struttura organica del servizio civile e ipotizzare le norme che potrebbero regolarla». Pur ammettendo che il SCN non rientra nelle competenze dell’esercito, il gen. Canino, sottolinea «la correlazione esistente tra il servizio civile e quello militare … in considerazione della comune base di reclutamento del personale»; e la ventennale gestione del servizio sostitutivo civile (legge 772/1972) da parte del Ministero della difesa – Levadife. Il disegno è quello di esercitare un forte controllo sull’identità e le finalità del servizio.

Lo studio è stato affidato a un gruppo di lavoro guidato dal generale Alfonso Vesce, responsabile dcl settore leva e reclutamento della regione militare tosco-emiliana.

Prima di giungere alla formulazione dell’ipotesi di SCN, il dossier analizza la situazione attuale del servizio civile, i progetti di legge in esame al parlamento, gli obblighi del servizio in Italia, il ruolo svolto dalle FF.AA. negli spazi operativi propri di un SCN, il servizio civile in alcuni paesi europei. Ciò che colpisce nell’analisi dell’attuale servizio e delle proposte di legge è l’ostilità totale nei confronti dell’obiezione di coscienza e il linguaggio irrispettoso per il parlamento e la modalità di approvazione delle leggi.

I pericoli: dall’ideologia e dalla religione

L’attuale servizio civile è in crisi, nonostante le 16. 707 domande; esso denota elementi negativi sotto il profilo organizzativo, strutturale e motivazionale. Ha mutuato dall’obiezione di coscienza «spirito di antitesi e di contrapposizione» e «ove dovesse perdurare una mentalità di tale natura renderebbe problematico l’inserimento dei giovani e degli stessi enti in un qualsiasi progetto unitario e nazionale gestito dallo stato». Alla ripulsa di qualsiasi collegamento con la difesa annata e organizzata in caso di aggressione al paese, si aggiunga, «la singolare idea di un presunto primato morale dell’obiezione di coscienza – e quindi del servizio civile – sul servizio militare e più in generale il primato dello spirito e della morale individuale sulle leggi dello stato che, come si legge in un autorevole documento preparatorio di un ente che va per la maggiore, “non possono mai avere il sopravvento”».

La stessa critica torna nel commento fortemente negativo espresso sulla legge 166 (legge Caccia), approvata dalla commissione difesa della camera in sede referente (12.4.1990). Più possibilista il giudizio espresso sull’altra legge, la 5010, già approvata al Senato. «Il Servizio civile nazionale, per essere degno di tale nome, non può e non deve modellarsi su … schemi già esistenti e precostituitisi su basi … fortemente ideologizzate».

Il dossier dichiara poi l’opportunità e il guadagno politico per l’esercito di istituire appositi organismi, fuori dall’area della difesa, cui affidare l’intera gestione, per sottrarsi al contenzioso con realtà «a matrice più spiccatamente ideologica o religiosa». In ogni caso, ogni nuova progettazione non potrà prescindere da un ampliamento dell’area del reclutamento e impiego del servizio civile (per evitare inconvenienti sul fabbisogno delle forze armate), da una qualche forma di obbligo generalizzato, governato dallo stato e comprensivo dell’obiezione, piuttosto che esporre il SCN alle autonome opzioni individuali o dei diritti soggettivi. Non si potrà prescindere infine da un sistema misto stato/enti e da una durata del servizio pari alla leva. L’esame dell’obbligo del servizio di «difesa della patria» (art. 52 della Costituzione) per tutti i cittadini, risulta un obbligo solo nella carta, per l’esclusione alle donne e per il dimezzamento effettivo dei maschi abili (cf. tab. 1).

Le forze armate hanno poi acquisito nel tempo una serie di incarichi impropri (protezione civile, accompagnamento di grandi invalidi, assistenza ai malati in caso di sciopero) o interventi occasionali (soccorso alle popolazioni in caso di calamità naturale), che sono divenuti impropriamente compiti primari di istituto. Anche le gerarchie militari «sono state attirate e coinvolte nel gioco», convinte della necessità «di presentare un’immagine accattivante a tutti i costi di una forza buona, impegnata a lenire i dolori della società più che a prepararsi alla guerra». Dopo la guerra del Golfo muta anche l’immagine pubblica delle forze armate. L’ipotesi dei militari chiama alla partecipazione tutti i cittadini maschi, purché idonei; esclude – seppur conservandolo come auspicio – l’estensione dell’obbligo alle donne; postula la necessità di fissare i compiti e le funzioni da attribuire al SCN, guardando in primo luogo alle «prestazioni che esso deve fornire in situazioni di emergenza bellica e di calamità naturale». Solo in seguito si debbono stabilire i compiti e le funzioni del tempo di pace nei quali i giovani precettati rendono un servizio sociale alla collettività. Gli interventi, gestiti direttamente dallo stato, vengono coordinati dai ministeri interessati, per i quali il progetto fissa l’attuale fabbisogno: interni (57.369 nei comuni), agricoltura e foreste (6.300), sanità (12.073), protezione civile (3.405), affari sociali (21.964) istruzione (28.049), beni culturali (981), enti convenzionati per l’impiego di obiettori (18.650); per un totale di 120.742 posti.

L’organizzazione fa riferimento alla Presidenza del Consiglio, che la coordina attraverso un apposito Dipartimento del SCN (61 funzionari) e un ufficio regionale (21 funzionari). Il costo dei funzionari (460) è stimato sui 12.973 milioni annui, cui si aggiungono costi di esercizio e di impianto pari a 7.570 e 6.614 milioni. Mentre il costo degli operatori in servizio viene calcolato per il 1992 in 2.608,1 miliardi.

G. B.

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