Cattolici di destra

La Stampa, martedì 6 settembre 1966, pagina 3

Malgrado la cerimonia religiosa che accompagna ogni solennità pubblica, malgrado le molte immagini sacre nelle nostre vie, sta che la più gran parte degli italiani ignora gli stati d’animo di quella minoranza, per cui la religione è l’essenza stessa della vita. Non ha quindi una idea di ciò che per alcuni cattolici ha rappresentato il corso della Chiesa negli ultimi otto anni.

Mi è capitato due volte, negli scorsi mesi, di parlare con persone che mi accennarono ad un gravissimo colpo che avevano ricevuto; ed una, soggiungendo che con l’aiuto di Dio aveva ritrovato il suo equilibrio, aveva accenti così straziati che dubitai mi fosse sfuggita la notizia della morte di un suo figlio. Trattavasi invece del nuovo rituale, della Messa in italiano.

Non irride chi, pure avendo presenti gl’infiniti modi in cui la vita religiosa può esplicarsi e dando il primato al bene operare, sa come molti aderiscano alla religione particolarmente attraverso la tradizione: gli stessi riti, le stesse preghiere che bambini sentirono pronunciare dai nonni. La religione ha infinite voci, e se qualcosa direi irreligioso, è il senso di superiorità dell’intellettuale, che crede di applicare qui la sua consueta scala di valori, e disdegna la vecchia che non sa rivolgersi se non a quella data immagine.

Malgrado i tentativi di elementi politici di destra, di sfruttare il bruciore di questi cattolici per un corso che non solo nella esteriorità del rito, ma nei giudizi, nell’atteggiamento verso le altre confessioni e gl’increduli, veniva a contrastare con quanto si era praticato ed affermato per secoli, i cattolici sofferenti si sono comportati bene: confermando la tradizionale obbedienza, inchinandosi alle direttive della Santa Sede. Non è certo indocilità l’attaccarsi a quanto è loro più caro nella storia della Chiesa, l’affermare che in questa il presente non è mai rinnegamento del passato, che il Papa regnante non smentisce mai i suoi predecessori, l’insistere nel ricordare encicliche di Pio X, di Leone XIII, di Pio IX.

Ed in Italia è bene spiegabile che si accentui l’attaccamento a quella che in periodo non troppo remoto apparve grande conquista, il Concordato. Per una notevole parte del clero, che del Risorgimento e del post-Risorgimento ha la visuale non propriamente serena che gli fu appresa nei seminari, rappresenta il porto sicuro raggiunto provenendo da un mare tempestoso.

In genere, questo dei rapporti con lo Stato è il punto in cui è più facile tessere l’apologia del passato senza porsi in contrasto con alcuna dichiarazione conciliare. E chi ben conosce la storia dei cattolici italiani, sa che la via del loro rappacificarsi con l’Italia quale uscì dal Risorgimento, fu contrassegnata dalla nota patriottico-militare: l’esaltazione dell’esercito nelle pagine della Rassegna nazionale già nel primo decennio del secolo, l’adesione alla impresa libica, l’accesso interventismo di un padre Semeria, di molti vescovi nel 1915.

Non sorprende quindi l’accanimento dei cattolici di destra contro gli obiettori di coscienza ed i cattolici che li difendono.

Ho sotto gli occhi un articolo sul settimanale Realtà politica di Giambattista Migliori, deputato di Milano dalla prima legislatura, già Alto Commissario per la Sanità, eminente avvocato milanese; un altro articolo del collega Andrea Piola, professore all’Università di Genova, già assiduo collaboratore al settimanale Il Centro di Scelba e Gonella, e la sua presentazione al volume dell’allievo Gomez de Ayala sull’argomento. Nessuna giustificazione per gli obiettori di coscienza; la Chiesa ha sempre riconosciuto il dovere di difendere la patria con le armi; è di marca luterana il richiamo alla coscienza individuale. Notevole asprezza verso chi appoggia gli obiettori; si nega il beneficio della opinabilità della questione.

In questi scritti, fondato il reagire contro l’esagerazione di qualche giovane che altera la tradizionale dottrina cattolica, che per secoli non ha con dannato l’uso delle armi. La più gran parte degli argomenti recati è invece di facile confutazione. Così l’accusa di codardia agli obiettori, che dimentica cosa sia la guerra di oggi, come tutta la popolazione sia esposta egualmente alle offese belliche, e certamente l’operaio addetto ad una fabbrica o ad un deposito di carburanti sia in pericolo almeno quanto il soldato.

Così l’accusa d’infedeltà allo Stato. Per esigere l’obbedienza alle leggi, occorre che queste non chiedano al cittadino più di quanto è necessario; chi ha presente quel che sarebbe la guerra di domani, sa che solo un ristretto numero userebbe le armi di offesa e di difesa; il nerbo della resistenza si chiama industria, alimentazione, comunicazioni; non s’indebolisce in nulla il paese concedendo a pochi di essere operai, infermieri, e di non vestire la divisa.

Ma soprattutto questi cattolici non si rendono conto del malessere di quanti nell’ultima guerra si chiedevano: cosa vale per il soldato d’ogni paese l’«obbedisci a Dio prima che agli uomini»? Perché la Chiesa in altre materie dà una precettistica dettagliata, qui tace?

Nelle antiche guerre i soldati saccheggiavano le città, uccidevano i civili, violavano. Ma erano soldati di mestiere; un mestiere non scelto dai buoni cristiani. E saccheggiare e violare non era un dovere. Nelle ultime guerre l’ordine al soldato è anche stato di affondare navi mercantili senza che equipaggio potesse porsi in salvo, mitragliare dall’aereo popolazioni, puntare i lanciafiamme su case abitate. La distruzione delle città con bombe sta divenendo normale operazione di guerra.

Nessun teologo ha contemplato e ritenuto lecito ciò. E se queste sono le necessità della guerra moderna, imposte, dicesi, dall’avversario, si ritorni allora al soldato tale per sua libera scelta. Per gli aerei, i sottomarini, i lanciafiamme, non occorrono milioni di uomini.

Non è soltanto una ricerca di ciò che v’è di essenziale nel messaggio cristiano, è anche una situazione nuova, che ha fatto sorgere pur tra i cattolici gli obiettori di coscienza. Ma soprattutto vorrei dire a questi amici: abbiate senso di opportunità, non rendete cattivo servizio alla causa cattolica.

Esprimete altre vostre preoccupazioni più essenziali: quella che il ricordare troppo come per molte vie si possa giungere a Dio non generi indifferentismo; che il rispetto a tutte le opinioni non renda scettici sulla esistenza di una verità. Non divido tali timori, ma mi rendo conto delle precauzioni che potete desiderare. In questi settori, non rischiate di danneggiate ciò che pure vi è tanto caro.

Ma lasciate ad altri, che non invochino la religione, di contrastare agli obiettori di coscienza. In un mondo che vive sotto l’assillo di una nuova guerra mondiale, che ama la vita, ama le sue conquiste, ed ha l’angoscia della nuvola nera da cui potrebbe venire la distruzione, non risuscitate il termine di «guerra giusta» (nei teologi era tale anzitutto quella di religione, oggi decisamente sconfessata dalla più alta sede), non compite una esaltazione cattolica delle armi. Se volete inneggiare all’esercito, consideratelo nel suo aspetto di strumento di fusione di regioni e di ceti, di scuola: scuola in particolare di quella disciplina, di quella capacità di rinuncia, di quell’autocontrollo, di cui il nostro mondo sente veramente la mancanza.

A. C. Jemolo

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