L’Unità, sabato 31 dicembre 1988, pagina 14
La naia, è giusta la sollecitazione di Occhetto, è oggi una realtà assurda che risponde ai canoni anacronistici di tenere un alto numero di soldati a marcire dentro le caserme, nell’attesa di essere mobilitati per una ipotetica invasione.
Una inutilità resa ancor più evidente dalla forbice che sì è creata all’interno delle Forze armate italiane dove larghi settori sono già strutturati professionalmente. Già da oggi dunque la struttura di leva delle Forze armate non è in alcun modo garanzia di democrazia dato il ruolo del tutto marginale che ad essa è assegnato. Il bivio è già stato superato da tempo e la capacità operativa delle Forze armate è appannaggio di una struttura verticalizzata, tecnologicamente sofisticata, basata sul segreto (come la vicenda del Dc9 abbattuto su Ustica ha recentemente confermato), con una divisione netta tra chi ha in mano i gangli decisionali come i servizi segreti, i centri di comando-controllo, i sistemi d’arma sofisticati e con alto potere di distruzione, e i reparti di leva destinati ai servizi logistici e ad un sempre più improbabile fronte.
Ciò che non ci convince nelle posizioni espresse dal segretario del Pci e da Pecchioli è che con la giusta denuncia sulla naia convive un giudizio sulla professionalizzazione delle Forze armate come necessità inevitabile, segno di modernità, percorso ineludibile che, essendo già stato attuato nell’aeronautica e nella marina, è ora all’ordine del giorno anche nell’esercito.
Ed ecco allora l’obiezione che vogliamo avanzare: è proprio scontato che il modello di difesa per gli anni 2000, in un paese che persegue il disarmo, sia obbligatoriamente quello delle Forze annate professionali?
Per chiarezza è bene dire che la nostra critica alla professionalizzazione non parte dalla paura di deviazione o rischi golpistici, ma dal fatto che essa oggettivamente determina e promuove una concezione tecnocratica, offensiva e non difensiva, delle Forze armate. Il professionalismo, infatti, in questo contesto non è contrapposto ad incompetenza, ma è richiesta di segreto, percorso di separatezza, assenza di trasparenza, rincorsa sugli armamenti.
A noi pare invece che il concetto di difesa difensiva, da tempo proposto da settori del pacifismo italiano, tra cui Dp e la Fgci, sostanzialmente analogo a quello di difesa sufficiente lanciato da Gorbaciov, entrato nel dibattito delle diplomazie internazionali, e riproposto con forza da Achille Occhetto, rimandi ad un’altra concezione e ad un altro modello di Forze armate.
(…)
Stefano Semenzato
responsabile del dipartimento «Pace» di Democrazia proletaria
Continua a leggere l’articolo in PDF: L’Unità 31-12-1988
