7 giovani di leva obbiettano collettivamente

Azione Nonviolenta, n. 1-2 gennaio-febbraio 1971, pagine 3-4

Sette giovani hanno concordato, per lo scaglione di leva di febbraio, di obbiettare insieme.
Essi sono: Alberto Trevisan di Padova, studente assistente sociale, telefonista notturno, e Gianfranco Truddaiu di Vigevano, che hanno già scontato 4 mesi di prigione per o.d.c.; Giuseppe Amari di Voghera, operaio; Mario Pizzola di Sulmona, laureato in economia e commercio; Neno Negrini di Milano, operaio; Valerio Minnella di Bologna, tecnico audio, e Nando Paganoni di Bergamo, operaio della F ALK a Sesto S. Giovanni, già arrestati alcune settimane fa e reclusi a Peschiera perché renitenti dall’agosto scorso.
E’ un autentico balzo che, con questo rifiuto di gruppo, si fa fare al fronte della obbiezione di coscienza. Ci sono nel gruppo studenti e lavoratori, sono giovani di diversa posizione religiosa e politica. Questo rifiuto collettivo viene a sbarazzare il terreno da quella mistificata concezione che considera l’obbiezione al servizio (si dica: schiavitù) militare come il prodotto individualistico e abnorme di isolate anime bizzarre, sostanzialmente estranee alla coscienza generale. Il fatto è ora qui a dimostrare che, tutto al contrario, la posizione dell’obbiezione è patrimonio di una ben estesa e avveduta coscienza, accomunante persone varie della popolazione. E le motivazioni sociali e politiche con cui il gruppo di giovani ha accompagnato il rifiuto, portano il chiarimento anche oltre, al nocciolo più vero del problema. Il quale non è tanto di un aborrimento puro e semplice delle armi e della caserma, dello spargimento di sangue e delle nefandezze della guerra, quanto di una visione globale dei fatti umani che lotta per il cambiamento radicale dell’attuale assetto mondiale che opprime le moltitudini, di cui il fatto guerra non è che uno dei fenomeni più vistosi.
Questa è la dichiarazione comune di obbiezione di coscienza dei sette giovani:

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