Obiettori di coscienza: frenati dalla burocrazia, compresi dalla Chiesa

Jesus, aprile 1986

 

Nel 1984 furono 9.093; l’anno scorso 7.430. Diminuisce il numero di coloro che chiedono al ministero della Difesa di essere riconosciuti obiettori di coscienza. Smessi i panni della novità, il rifiuto della caserma a favore di un servizio civile anima l’interesse di alcuni settori del mondo giovanile dell’Italia centro-settentrionale, mentre stenta a gettare radici nel Meridione e nelle Isole (eccezion fatta per la Sicilia). È patrimonio di buona parte del laicato cattolico e protestante; è bagaglio indiscusso del movimento ‘non-violento; inciampa nel variegato universo della sinistra, osannato da alcuni e rigettato da altri. Non riscuote grandi simpatie nelle aree liberale, repubblicana e socialdemocratica.

Quindici dicembre 1972-aprile 1986. L’obiezione di coscienza al servizio militare, in Italia, da oltre tredici anni è una scelta riconosciuta dalla legge. «Gli obbligati alla leva che dichiarino di essere contrari in ogni circostanza all’uso personale delle armi, per imprescindibili motivi di coscienza», possono essere ammessi a prestare servizio militare non armato, o servizio civile sostitutivo («per un tempo superiore di otto mesi alla durata del servizio di leva cui sarebbero tenuti»), in uno dei circa 1.400 enti convenzionati con il ministero della Difesa. Si va dai Comuni, dalle Province, dalle Unità sanitarie locali alle associazioni culturali di matrice politica (l’Arci) , ai gruppi di assistenza d’ispirazione religiosa, a Italia Nostra e WWF.

La legge Marcora, numero 772, prevede che il giovane debba presentare ai competenti organi di leva una domanda motivata (si parla di «profondi convincimenti religiosi o filosofici o morali») entro 60 giorni dall’arruolamento o, per gli arruolati ammessi al ritardo e al rinvio, entro il 31 dicembre dell’anno precedente alla chiamata alle armi. Sulla domanda decide il ministro della Difesa, sentito il parere di una commissione che deve accertare la fondatezza e la sincerità dei motivi addotti dal richiedente. Il “sì” o il “no” deve essere comunicato al –giovane entro sei mesi dalla presentazione della richiesta. In caso di accoglimento, l’obiettore viene precettato presso un ente.

Dopo anni di lotte, di arresti e di condanne, il 15 dicembre 1972 l’obiezione di coscienza acquista dignità giuridica. Passano gli anni. Le domande aumentano. Nel 1973 sono 200. Nel 1974 diventano 300. Sono 400 nel ’75, 800 nel ’76, 1.000 nel ’77, 1.500 nel ’78, 2.000 nel 1979. Le risposte delle autorità competenti tardano. I ragazzi aspettano mesi, anni. Inutilmente. Il 19 settembre 1979 il ministero della Difesa emana una circolare dal titolo “Provvedimenti da adottare in caso di mancato o ritardato impiego nel servizio civile sostitutivo”. Chiunque abbia presentato domanda di obiezione, trascorsi comunque 26 mesi (6 di attesa più 20 di vero o presunto servizio) può chiedere ed ottenere il congedo, abbia o no ottenuto risposta, abbia o no lavorato effettivamente. Le cifre si “gonfiano” a dismisura. C’è la possibilità, legale, di imboscarsi.

«Una circolare “mostruosa” che ha screditato l’intero fenomeno, contraria agli interessi e alla dignità dei veri obiettori», afferma il professor Rodolfo Venditti, magistrato di Cassazione, docente di diritto e di procedura militare all’Università di Torino. Il 18 aprile 1984 viene revocata la circolare. Qualcuno propone di riformare la legge Marcora.

Nel maggio 1985 la Corte Costituzionale stabilisce che la “772” rispetta l’obbligo della difesa della patria, sacro dovere per ogni cittadino. La Corte invita il ministero a rispondere alle domande entro il termine dei sei mesi fissato dalla legge. Il Consiglio di Stato, dal canto suo, con una decisione adottata in adunanza plenaria il 24 maggio 1985, ritiene che l’Amministrazione non possa rigettare le richieste avanzate dagli obiettori sulla sola base della rilevata genericità della formulazione delle domande (spesso compilate seguendo modelli ciclostilati). Tanti piccoli, ma significativi passi avanti.

In realtà, l’obiezione di coscienza e il servizio civile non destano più l’interesse di un tempo. È un’opinione diffusa. «Sì, è vero», commenta Beniamino Brocca, deputato dc, primo firmatario di una proposta di legge che accoglie alcune istanze avanzate dal movimento degli obiettori. «C’è un maggior entusiasmo per le Forze Armate,

sia tra la gente che nell’ambiente parlamentare. Tutto ciò che riguarda i diritti civili in senso lato e quindi anche l’obiezione di coscienza è dibattuto con una sensazione di stanchezza. Sono preoccupato».

«L’avevo scritto nel 1984, nella relazione che illustra il disegno di legge presentato con altri colleghi a Palazzo Madama», interviene Mario Gozzini, senatore della Sinistra Indipendente. «La situazione creatasi con la circolare del 1979 non era più tollerabile. Si profilava il pericolo di vedere attuati provvedimenti drastici e autoritari. Così è avvenuto».

«È successo che alcuni obiettori già predisposti al servizio degli anziani siano finiti a fare gli scribacchini in un ente pubblico; altri, già addestrati nella difficile assistenza ai tossicodipendenti, siano stati destinati alla difesa dell’ambiente; altri, infine, siano stati adibiti a custodire i pezzi archeologici in un museo», ha denunciato monsignor Giuseppe Pasini, segretario generale della Caritas italiana, nell’editoriale della rivista Servizio Civile del settembre-ottobre ’85. «Negli ultimi mesi siamo andati assistendo a una progressiva prova di forza tra il ministero della Difesa e gli enti convenzionati: ne hanno pagato le spese gli obiettori stessi e soprattutto i destinatari dei loro servizi , cioè i poveri».

«Con l’acqua sporca rischiano di buttare via anche il bambino», sottolinea Guglielmo Rosati, responsabile del settore “Servizio Civile” della Caritas italiana (che attualmente impiega circa 1.500 obiettori). «La giusta serietà rischia di trasformarsi in voglia di screditare l’intero fenomeno. Il ministero afferma che la commissione ha accelerato i tempi di riconoscimento: se è vero, come mai poi gli obiettori non vengono avviati immediatamente al lavoro? In data 22 febbraio 1986, alla Caritas risultavano 415 giovani in attesa, da tempo del precetto».

«Per l’accettazione delle domande si è ormai, in linea generale, obbedienti al dettato della legge (sei mesi)», precisa il dottor Aldo Nocella, stretto collaboratore del direttore generale di Levadife, l’ufficio del ministero della Difesa che accoglie le domande degli obiettori. «La commissione tra gennaio e febbraio ha esaminato oltre 950 domande, la maggior parte delle quali era stata presentata nell’ottobre del 1985, alcune erano già datate 1986. Tra accettazione e precetto trascorrono in media due mesi e mezzo». Il dottor Nocella offre un ultimo dato significativo. «Attualmente», dice, «registriamo un calo delle domande valutabile attorno al 18-19 per cento».

La Chiesa cattolica ora parla apertamente di obiezione di coscienza e di servizio civile. Lo ha fatto, a livello universale, nel Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, n. 79) e nel documento del Segretariato della Commissione pontificia lustitia et Pax del 1969. In Italia, il catechismo degli adulti Signore, da chi andremo? a pagina 448 scrive: «Anche l’obiezione di coscienza all’uso delle armi è efficace forma concreta di costruzione della pace. Il servizio civile, alternativo a quello militare, mentre è doveroso riconoscimento della libertà di coscienza, allo stesso tempo ha un valore educativo, in quanto si oppone a un sistema di convivenza dei popoli fondato sulla forza come deterrente e propone modelli alternativi di solidarietà e di servizio gratuito».

Due condizioni soltanto sembra chiedere la Chiesa a chi sceglie questa strada: la serietà dell’impegno e il rispetto per chi opta per il servizio militare armato a difesa della collettività. Sullo sfondo rimangono le parole pronunciate dal Papa a Loreto nell’aprile 1985: «La Chiesa deve essere accanto ai giovani nella loro aspirazione alla pace, nella giustizia e nella libertà: tanto a coloro che adempiono con lealtà al dovere di servire la patria, quanto a coloro che, sollevando obiezione di coscienza, scelgono di prestare un servizio civile alternativo».

 

Alberto Chiara

 

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