Com’è difficile fare l’obiettore

Corriere della Sera, sabato 26 aprile 1986

 

Gli obiettori di coscienza romani sono in agitazione. Da alcuni mesi infatti conoscono sempre più difficoltà nel praticare il servizio civile sostitutivo della leva militare. La legge Marcora del 1972 ha permesso finora ad alcune migliaia di giovani in Italia di optare per una «naja» più lunga (20 mesi anziché 12) ma pacifica, a contatto per lo più con realtà marginali (handicappati, tossicodipendenti, anziani).

E il meccanismo non è dei più semplici: la domanda deve essere correlata da motivazioni personali (religiose, filosofiche o morali) che possono essere accettate o respinte. L’attesa era (ed è ancora) lunga, ma almeno, fino ad un anno fa, si riusciva ad ottenere l’assegnazione presso l’ente richiesto tra i tanti convenzionati con il ministero della Difesa. La scelta dell’obiettore per l’una o per l’altra associazione è legata in genere alla sua formazione o ad una precedente esperienza di volontariato svolta in un determinato settore di intervento.

Dall’inizio dell’85 sono invece arrivate le prime assegnazioni «non previste» che oggi raggiungono – secondo alcune stime – il 30% del totale, con punte del 50%. Il «nuovo corso» può generare situazioni paradossali: giovani preparati per assistere gli anziani che diventano da un giorno all’altro custodi di musei, o esperti nel campo delle tossicodipendenze mandati a lavorare negli uffici di qualche ente locale. In più la destinazione in sedi lontane dalla propria città, fatto normale per chi è di leva, può creare notevoli difficoltà invece per un corretto svolgimento del servizio civile.

«Da noi – spiega Carlo Guarany di Carcere e Comunità – su 10 obiettori 4 vengono da Bologna, Palermo, Napoli e Bari. Non conoscono Roma e faticano il doppio prima di inserirsi. Al contrario chi fa domanda per venire qui viene mandato altrove». «Alla fine – commenta Guglielmo Rosati della Caritas Italiana – a rimetterci non sono solo gli obiettori ma soprattutto le persone a cui è rivolto il nostro servizio». «Nella precettazione d’ufficio – aggiunge Michelangelo Chiurchiù della Comunità di Capodarco, che accoglie a Roma e altrove i portatori di handicap – c’è una precisa volontà di scoraggiare questo tipo di scelta».

In effetti negli ultimi due anni le domande hanno subito una significativa diminuzione sia in Italia che a Roma (vedi tabella). L’eccessiva durata (8 mesi in più non sono pochi specie per chi ha necessità di lavorare presto), unita ad un’attesa spesso altrettanto lunga ed ora all’incertezza della destinazione, pesano sulla «scelta non violenta». Fino all’aprile dell’84 era in vigore una circolare che permetteva il computo dei 20 mesi anche se, dopo il massimo periodo d’attesa previsto dalla legge (6 mesi), non era ancora arrivata l’assegnazione.

Oggi non esiste più questa possibilità, ma, a giudizio degli interessati, le procedure non si sono snellite, come promesso dalla Levadife (l’ufficio che accoglie le domande degli obiettori): «C’è chi attende da quasi due anni – denuncia Ignazio Barbuscia della Chiesa Avventista -. Eppure da noi ci sono una trentina di posti liberi. Parlare con gli uffici competenti per chiedere spiegazioni diventa sempre più difficile e anche chi viene da fuori Roma rischia di non essere ricevuto».

Alla Levadife ci si difende cosÌ: «Le richieste sono tante – dice un importante funzionario che preferisce non comparire – ma non possiamo accontentare tutti: molte domande arrivano dal Sud dove non ci sono sedi e questo crea qualche problema». Queste motivazioni non convincono gli obiettori: «Come si spiegano allora – si chiedono – i numerosi trasferimenti dal Nord al Centro e viceversa?»

Intanto il Cesc (il coordinamento degli enti convenzionati) ha indetto per il prossimo 7 giugno una manifestazione nazionale di protesta. Nella piattaforma rivendicativa, oltre alla richiesta di una tempestiva soluzione dei trasferimenti d’ufficio, si mette in discussione anche il controllo del servizio civile da parte del ministero della Difesa. Dato – si dice – che si tratta di un’opzione non violenta, perché non affidarlo ad altri ministeri come ad esempio la Protezione civile oppure direttamente alla Presidenza del Consiglio?

 

Roberto Zuccolini

 

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